Villain o eroe? Viaggio nella mente di The Punisher

Quando il confine tra bene e male si fa labile, nel mondo degli eroi si apre un varco da cui entrano luci e ombre. È il mondo della vendetta e della rabbia, è il mondo del Punitore

È il 1974 quando nel Vol1 di The Amazing Spiderman fa la sua prima apparizione Frank Castle, origini italiane, eroe di guerra pluridecorato, vigilante assetato di giustizia e vendicatore in seguito allo sterminio della sua famiglia da parte della mafia. Ma facciamo un passo indietro.

 

The Punisher: la nascita di un antieroe

Gerry Conway, creatore del personaggio di Frank Castle/The Punisher, negli anni 70 era un autore di storie a fumetti per la Marvel e la DC,  per intenderci, è lui l’autore dietro la morte di Gwen Stacy e l’ideatore del crossover tra Superman e Spiderman; per cui possiamo sicuramente desumere che, in qualità di autore, di certo non si tira indietro davanti alle sfide più ardue e drammatiche. La Marvel già con Iron Man ci aveva introdotto personalità non prive di macchie e sfumature e la DC aveva già esplorato i sentieri degli anti eroi con la serie The Executioner.  Ma quando Frank Castle arriva sulla scena comics, è una vera e propria rivoluzione.

 

The Punisher: il soldato che agisce per vendetta

Perché quando parliamo del Punitore parliamo di un personaggio rivoluzionario? Spoiler: non si tratta solo di violenza - che pure è estrema e in estrema sovrabbondanza se paragonata a storie come Spiderman o Superman - il nodo cruciale del personaggio è proprio nella sua bio. Frank Castle è un soldato, un marine, l’eroe americano per antonomasia. Uccide per difendere e proteggere, è sempre al fianco dei suoi compagni, esegue gli ordini, ama il proprio Paese per il quale sarebbe disposto a morire. Il soldato difende e agisce sulla base di un preciso codice morale, è il simbolo dell’America degli anni d’oro del suo impero capitalistico. Il soldato Castle incarna l’onore di una nazione, fiera e integerrima, timorata di Dio e faro della democrazia e della libertà nel mondo. Poi arriva la realtà e nella realtà, ogni promessa fatta a Frank del sogno americano viene tradita dal sistema che aveva giurato di difendere. La giustizia non è di questo mondo e quando il mondo attacca, Frank lo distrugge.

 

Prima di diventare The Punisher, Frank, è un marito e padre affettuoso che approfitta di ogni momento di libertà per vivere il calore della vita in famiglia, è così che, durante una giornata di congedo, Castle e la sua famiglia si ritrovano ad assistere ad un regolamento di conti tra due clan mafiosi. Maria Castle, moglie di Frank e i figli Lisa e Frank Jr, vengono brutalmente uccisi dai sicari del clan Costa, anche Frank viene colpito ma riesce a sopravvivere. La corruzione a New York è tale da impedire a Frank di testimoniare contro gli assassini della sua famiglia. La giustizia, lontano dal campo di battaglia e dalla ferocia della guerra sembra non esistere e così a Frank non resta che prendere una decisione: dimenticare o vendicare. Nasce The Punisher.

 

Fame di giustizia, il declino degli eroi

Non entreremo nel dettaglio di come e quando il Punitore riuscirà a uccidere gli aguzzini della sua famiglia, perché se la vendetta è il motore, la miccia che accende la furia di Punisher, la benzina sarà la fame di giustizia. Ed è per questa ragione che il tema morale si impone ai lettori e supporters di Castle: è giusto tornare all’occhio per occhio proprio nel cuore della più grande democrazia del mondo? L’eroe lo sappiamo, non uccide, non si lascia mai vincere dalle ragioni personali, non si vendica oltrepassando il confine netto tra bene e male. L’eroe crede, l’eroe ha fede. Castle no. Castle non riesce a fermarsi anche quando ottiene vendetta, anche quando la falce della morte trapassa i suoi nemici. L’obiettivo è estirpare il male in ogni sua configurazione e non c’è spazio per il dubbio. Se il soldato eseguiva gli ordini del Paese, il Punitore risponde solo al suo personale desiderio di giustizia, ma a quale prezzo? Frank trafigge il male a patto della sua anima. C’è in gioco la vita, c’è in gioco il futuro e il destino del mondo. Non il suo, per Frank la speranza risiede nel passato, nei volti dei suoi figli e di sua moglie.

 

Le ombre ci affascinano

Le ombre ci affascinano così tanto che non mancano gli adattamenti che hanno consentito al grande pubblico di immedesimarsi, gioire e soffrire con The Punisher. Un tentativo piuttosto grossolano fu fatto da Jon Hensleigh nel 2004 con Thomas Jane nei panni di Frank Castle e John Travolta in quelli del villain Howard Saint. Ma è con la più fortunata serie, disponibile su Disney+ che iniziamo a vivere le vere atmosfere dark del capolavoro di Gerry Conway. Il Punisher di Jon Bernthal, piace, soprattutto perché non ha paura di mostrare il lato oscuro dell’eroe e di attribuirgli la dovuta forza e rabbia che abbiamo imparato a conoscere nella serie a fumetti. Ahimè, la serie è stata cancellata dopo sole due stagioni pur godendo di buone recensioni da parte di pubblico e critica che hanno lodato particolarmente la performance di Bernthal. Ma sappiamo bene quanto sia fluido il mondo delle serie tv e magari, come accaduto per Daredavil, serie gemella di The Punisher, non è escluso che la Marvel in versione Disney non abbia in serbo nuove sorprese per i fan del Punitore. 

 

Un videogame troppo violento 

Nel 2005 viene rilasciato il videogioco dedicato all’antieroe della Marvel e sviluppato da Volition per Ps2, Xbox e Microsoft, ispirato ai volumi 4 e 5 del 2000/2001 del fumetto. Anche nel videogame di The Punisher non mancano scene di violenza estrema che hanno fatto sì che il gioco fosse ampiamente criticato. Il gioco fu bollato come adults only e gli sviluppatori dovettero apportare non poche modifiche, aggiungendo filtri black and white nelle scene più cruente e modificando le inquadrature per non mostrare corpi dilaniati e smembrati durante le esecuzioni del Punitore. Solo dopo queste e numerose successive revisioni, il gioco fu considerato adatto al vasto pubblico.

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